Uso di cannabis durante la pandemia del COVID-19

La pandemia da COVID-19 ha rappresentato una importante sfida per i sistemi sanitari e per le politiche di salute pubblica in tutti i paesi del mondo coinvolti. I soggetti con disturbi da uso di sostanze d’abuso sono a maggior rischio di contagio a causa di molteplici fattori correlati alle loro condizioni cliniche e psicosociali ed in associazione alla presenza di comorbilità come le malattie respiratorie, il diabete, l’ipertensione arteriosa e lo stato di immunodepressione con aumento notevole del rischio di mortalità.

La cannabis è tra le sostanze d’abuso più utilizzate al mondo in quanto alcuni paesi ne hanno legalizzato l’assunzione sia per il trattamento di determinate condizioni cliniche che per impiego ricreativo. Con la crescente attenzione circa i potenziali effetti positivi della cannabis in particolare dei suoi composti quali il tetraidrocannabinolo (THC) e il cannabidiolo (CBD) in corso di infezione da SARS-CoV-2, molte fake news ed inesattezze circolano su Internet e sui social media. Non esistono però prove scientifiche che dimostrano i benefici del THC o del CBD nella prevenzione o nel trattamento del COVID-19.

Al contrario, l’evidenza mostra che l’inalazione del fumo di cannabis, così come il fumo di tabacco, può avere effetti negativi sul sistema respiratorio che, già compromesso, potrebbe a sua volta aumentare la suscettibilità al contagio e determinare un aggravamento del quadro clinico di questa malattia.
Infatti un recente studio, che ha valutato i fattori di rischio che hanno portato a complicanze in casi di polmonite indotta dal coronavirus, ha dimostrato che i soggetti fumatori avevano una probabilità 14 volte superiore di sviluppare tali complicanze rispetto ai soggetti non fumatori.

Premesso che il fumo di cannabis contiene molte sostanze chimiche note per essere tossiche e cancerogene al pari del fumo di tabacco, queste possono causare oltre le malattie respiratorie anche malattie cardiovascolari con incremento della morbilità e mortalità correlate. Inoltre, quando si fuma cannabis usando un joint, un bong o una pipa, i soggetti tendono ad inalare più profondamente e a mantenere il fumo nei polmoni più a lungo.

Questi comportamenti hanno lo scopo di esporre il sistema respiratorio a maggiori quantità di sostanze psicoattive presenti nella cannabis, ma comportano anche una maggiore esposizione a tossine e sostanze chimiche che possono irritare il tessuto polmonare. Oltre ciò, il fumo di cannabis è correlato ad una maggiore incidenza di tosse cronica con produzione di catarro, broncostenosi e sintomi che riguardano anche le vie aeree superiori quali faringodinia e disfonia. In più il fumo di cannabis a lungo termine può peggiorare i sintomi respiratori e riesacerbare episodi di bronchite cronica. Inoltre comportamenti quali l’espirazione forzata a glottide chiusa durante l’inalazione possono causare la rottura di bolle enfisematose con relativo pneumotorace e pneumomediastino.
Il THC può inibire anche la capacità del sistema immunitario nella difesa da agenti patogeni, aumentando così la suscettibilità alle infezioni. Ad esempio, studi preclinici su roditori e scimmie hanno dimostrato che il THC è in grado di sopprimere la capacità delle cellule del sistema immunitario e dei “messaggeri immunitari” di modulare un’adeguata risposta immunitaria contro agenti patogeni quali i virus. Anche nell’uomo, alcuni studi hanno dimostrato che il THC può inibire il funzionamento di diversi tipi di cellule immunitarie nei polmoni quali le cellule T ed i macrofagi alveolari, un effetto che è in grado di alterare le difese immunitarie ed aumentarne la suscettibilità alle infezioni.

Uno  studio recente, che ha focalizzato l’attenzione sui rischi per la salute polmonare legata allo svapo di estratti di cannabis contenenti alti livelli di vitamina E (sotto forma di acetato) utilizzata come addensante, ha evidenziato che tale sostanza, sottoposta a riscaldamento come avviene nei sistemi elettronici di rilascio, può produrre alcheni cancerogeni, benzene e gas chetonico tossico, sostanze chimiche che potenzialmente hanno un ruolo precipuo nello sviluppo di malattie polmonari diffuse.

Recentemente il National Institute on Drug Abuse degli Stati Uniti ha avvertito che il COVID-19 potrebbe essere un grave pericolo nelle popolazioni con disturbi da uso di sostanze d’abuso compresi i soggetti utilizzatori di svapo di tabacco e/o cannabis. Nei paesi ove la cannabis è utilizzata legalmente come il Canada, i tassi di consumo di questa sostanza sono aumentati negli ultimi mesi soprattutto tra la popolazione di adulti di età superiore ai 65 anni. Gli anziani quindi hanno un rischio maggiore di sviluppare complicanze respiratorie e cardiovascolari e la prevalenza del fumo di cannabis nei soggetti con COVID-19 potrebbe aumentare il rischio di tali complicanze.

Concludendo, anche se in corso di questa pandemia non è ancora totalmente definita l’influenza dell’uso della cannabis sulla salute respiratoria e sul profilo immunitario dei pazienti affetti da COVOD-19, è bene considerare questa sostanza come potenzialmente letale.

Visita l’associazione italiana dei pneumologi ospedalieri per approfondire sull’argomento.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.